Bruxismo, come l’odontoiatra può aiutarti a risolvere il problema

Novembre 17, 2017 by Angelo Lambiase
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Il bruxismo viene definito, stando ad una nomenclatura dell’American Academy of Orofacial Pain, come una parafunzione del sistema masticatorio, caratterizzata da movimenti periodici e stereotipati di serramento e/o digrignamento dei denti. Tali parafunzioni, a lungo andare, possono portare complicazioni per le persone, come ad esempio, effetti destruenti su denti, cefalee e dolori muscolari.

Fortunatamente, negli ultimi decenni, la comunità medico-sanitaria ha compiuto passi avanti notevoli nell’ambito della diagnosi e del trattamento delle patologie del sonno.

In questi trattamenti, l’odontoiatra è una figura chiave, sia nel contesto diagnostico che terapeutico. A conferma di ciò lo stesso Ministero Salute, nella fase di redazione delle Linee guida nazionali per la prevenzione ed il trattamento della Sindrome da apnee ostruttive del sonno (OSAS), ha una delle principali associazioni di categoria, ossia l’ANDI.

Classificazione del bruxismo

Il bruxismo può essere classificato in vari modi: in base al tipo di movimento (serramento o digrignamento) o al periodo della giornata in cui si manifesta.

Nel caso in cui il paziente abbia l’abitudine a serrare i denti, si parla di bruxismo statico (clenching). Questa è una parafunzione con contrazione isometrica della muscolatura masticatoria che si verifica più frequentemente di giorno, in tal caso si parla anche di bruxismo diurno, con il paziente spesso consapevole di serrare i denti.

Nel caso in cui il paziente, invece, digrignasse i denti, questa azione viene chiamata bruxismo dinamico (grinding). In questo caso si parla di una parafunzione con contrazione isotonica della muscolatura masticatoria, che si verifica più frequentemente di notte, ed in tal caso si tende ad inquadrarlo come bruxismo notturno. Quest’ultimo caso viene classificato tra le parasonnie e viene riconosciuta come una malattia del sonno.

Per quanto concerne il bruxismo notturno è possibile fare un’ulteriore distinzione in bruxismo notturno primario e bruxismo notturno secondario. Il bruxismo notturno primario è tale quando non può essere identificata una causa mentre il bruxismo notturno secondario può essere ricondotto ad un disturbo clinico, neurologico o ad un fattore iatrogeno, quale l’uso di particolari farmaci o sostanze.

Il bruxismo nei bambini

Nonostante circa il 70% della popolazione italiana presenti un’attività dei muscoli masticatori durante il sonno, soltanto una minoranza può essere considerata realmente affetta da bruxismo notturno. Una forte incidenza della presenza di tale patologia è data dall’età.

Il bruxismo compare nell’infanzia dopo l’eruzione dei denti decidui o all’inizio dell’adolescenza (età < 11 anni) con una percentuale variabile dal 14 al 20%; scende al 13% in soggetti di età compresa trai 18 e i 29 anni; si riduce ulteriormente al 3% nei soggetti con più di 60 anni.

Per quanto riguarda i bambini, tale patologia compare soprattutto nel periodo della dentazione mista e può considerarsi, entro alcuni limiti, fisiologico.

I motivi di tale bruxismo sono da ricercare nella precarietà dei contatti occlusali durante la dentizione decidua, nell’irritabilità neuromuscolare legata all’eruzione dei denti permanenti, nella grande emotività di certe fasi della vita infantile. Il bruxismo notturno dei bambini in genere termina alla perdita di tutti i denti da latte e non va trattato.

Trattamento del bruxismo da parte dell’odontoiatra

Gli strumenti diagnostici della gnatologia hanno grande utilità nello studio dei casi delle parafunzioni quali bruxismo e serramento. Una volta inquadrata la gravità della problematica, è possibile mettere in atto una serie di terapie atte a limitarla, se non ad estirparla.

Una prima forma terapeutica è la stimolazione transneurale degli stessi muscoli (TENS), effettuata una prima volta già durante la registrazione EMG. I muscoli rilassati saranno indotti, evidentemente, a contrarsi meno frequentemente in maniera spontanea, e il paziente ne troverà beneficio.

È ovvio, tuttavia, che il paziente non potrà sottoporsi a sedute troppo frequenti di TENS, per motivi economici, di tempo ed anche per la relativa morbidità della pratica.

L’odontoiatra, dopo aver sottoposto il soggetto ad una lunga seduta di TENS, potrà realizzare un bite, o meglio un ortotico che mantenga i muscoli elevatori della mandibola in estensione, simulando così costantemente gli effetti della stimolazione elettrica e mantenendone i benefici. Nel caso del paziente serratore o disfunzionale, è consigliabile mantenere l’ortotico per almeno un anno, condizionando i muscoli alla nuova dimensione verticale e monitorando la sintomatologia dolorosa del paziente.

Una terapia verso la quale i bruxisti notturni sono comunemente indirizzati è l’uso di specifici splint occlusali. Il termine “splint” individua una varietà di device, alcuni dei quali molto sofisticati ed utili anche nella fase diagnostica, dato che si interfacciano con elettromiografi e polisonnografi. Lo splint più comune permette l’escursione, proteggendo la guida canina e, indirettamente, l’articolazione.

Questo tipo di terapie possono avere rilevanza anche nell’ambito di piani di cura di più ampio respiro: sono documentati modesti miglioramenti dal punto di vista posturale nei pazienti ortodontici in fase intercettiva.

L’odontoiatra di norma, in ragione delle proprie competenze e, soprattutto, del tipo di persona che si trova davanti, è sempre in grado di proporre la terapia più adatta ad ogni caso o, in alternativa, indirizzarlo nel modo migliore.





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